Fatima

Bloccata da un confine che non c'era

Una storia senza immagini, quella di Fatima, chiude questa prima parte del nostro report. Abbiamo scelto di raccontare la vicenda di questa madre siriana, bloccata a Idomeni con il marito e la figlia di 5 anni, solo con le parole e non con le immagini perché il suo volto, come quello degli oltre 40.000 profughi bloccati nell'entroterra greco, rischia di scomparire per sempre, cancellato da una politica di non accoglienza che impedisce a questa famiglia di ricongiungersi con il proprio figlio tredicenne, passato su questo stesso percorso solo poche settimane fa, prima che i confini tornassero a essere tali e che ora vive e studia in Germania

Nel campo c’è un grande spazio all’aperto ma coperto dove le famiglie possono mangiare tutte insieme. È lì che incontriamo Fatima seduta su una lunga panca a fianco di suo marito. A poca distanza la loro bambina di 5 anni. Fatima è siriana, ha un’enorme energia, parla ininterrottamente e ci racconta la sua storia senza pause nemmeno per respirare. Ha una voce acuta, parla veloce e appena può fa partire una risata. Sembra in bilico tra la felicità e la crisi di nervi. Suo marito, seduto di fianco a lei, tiene la testa bassa, non parla, non sorride, ha l’aria disperata. Il contrasto dei loro stati d’animo è molto forte. Fatima e la sua famiglia sono in viaggio per raggiungere in Germania il loro figlio tredicenne partito a dicembre insieme a un cugino suo coetaneo. “Mio figlio è partito qualche mese fa da solo, ha 13 anni. Ha fatto lo stesso viaggio che ho fatto io. Ora è a Francoforte e va a scuola. In Siria non poteva andare a scuola perché ogni giorno c’erano bombe, spari, moltissima gente pericolosa che si muoveva tra le case, ogni cosa è ferma in Siria eccetto la guerra”. Fatima racconta che suo marito ha il cuore spezzato; in Siria era professore universitario e ora ha gravi problemi psicologici. È stata lei a convincerlo a fare partire il figlio da solo, per salvarlo.

I suoi coetanei giravano armati e secondo Fatima un giorno lo avrebbero ucciso. Ci racconta di un viaggio nel quale per scappare dai diversi gruppi armati hanno dovuto strisciare, gattonare nella notte. Un viaggio che lei stessa stenta a credere di aver fatto e soprattutto di essersi salvata. Spiega che tutti i profughi hanno paura di prendere la barca per raggiungere la Grecia perché sanno che in molti muoiono. Nel loro caso erano in trentotto su una piccola imbarcazione, hanno viaggiato di notte mentre i bambini piangevano terrorizzati. Hanno pagato 600 euro a testa. Si sono trovati in balia delle onde con il motore che non funzionava più fino a che sono stati salvati da una navetta della polizia greca: “È stato terribile ma il peggio è adesso. Il nostro viaggio si è fermato a Idomeni con la chiusura dei confini con l’Europa. Questa è la cosa più difficile da capire e accettare. Sono sopravvissuta nel superare i confini con la Siria, con la Turchia, con la Grecia in barca… e sono bloccata in Europa ferma ad aspettare a un confine che fino a qualche settimana fa non esisteva nemmeno! Questo è peggio. Aspettare senza poter nemmeno lavorare. Aspettare e non sapere cosa e come fare”.

La prima parte del nostro viaggio nell’accoglienza Greca ai profughi, quella dedicata agli hotspot, termina qui, lasciando dentro di noi tanti ricordi e la sensazione amara di essere, in quanto “europei”i responsabili di quello che abbiamo visto e raccontato. Delle persone incontrate negli hotspot e nei campi spontanei ci rimarranno in mente i volti, gli occhi, la desolazione, la perdita di speranza, la mancanza di informazioni, di opportunità, l’impossibilità di impiegare il tempo in maniera utile imparando quelle basi linguistiche e culturali necessarie per l’integrazione. Il bisogno di contatto, di non essere dimenticati. Il degrado, le minime condizioni di vita, l’avvilimento umano. Ma soprattutto la sensazione che il “noi” e il “loro” non esistano. La totalità dei migranti che abbiamo incontrato è costituita dalla classe media delle aree di appartenenza, da laureati professionisti: maestri, giornalisti, professori universitari, pompieri, impiegati statali. Quella classe colta e benestante capace di immaginare un futuro diverso, di rifiutare di prendere parte alla guerra e con le risorse economiche per affrontare un viaggio estremamente costoso oltre che rischioso. Ma le condizioni in cui vivono riflettono un’immagine di miseria che alimenta diffidenza e pregiudizi nell’europeo impaurito e facile preda della propaganda. I profughi sono persone come noi ma molto più sfortunate di noi, che chiedono dignità e rispetto mentre vivono in condizioni dove è difficile sentirsi ed essere riconosciuti come esseri umani.